Lettori fissi

venerdì 1 gennaio 2016

Competenze... Ma ci si crede davvero?! - PARTE PRIMA

Penso che un po' in tutte le scuole ci stiamo cimentando nella didattica per competenze... Ma in che modo concretamente?
Come al solito, la teoria può essere condivisibile nelle linee generali, però poi, come si suol dire, tra il dire e il fare...

Personalmente, ho cercato di formarmi il più possibile su 'ste benedette competenze: dal libro della Da Re ai saggi di Castoldi, dai webinar sempre della Da Re organizzati dalla Pearson a conferenze e corsi di formazione proposti dai vari esperti alla scuola (attualmente sto frequentando un corso di formazione sulle metodologie attive e a breve dovrebbe cominciare il lavoro guidato dal professor Gentile).

Insomma, credo di essere abbastanza ferrata sull'argomento, eppure alcuni dubbi e perplessità di fondo rimangono.

Innanzitutto, c'è un problema di interpretazione: sono sicura che se chiedessimo a dieci persone diverse, magari tutte formate allo stesso modo sulle competenze, come si attua una didattica per competenze, probabilmente ognuna avrebbe la propria teoria al riguardo. C'è chi dice che in realtà abbiamo sempre lavorato "per competenze" anche senza saperlo, chi invece sostiene che sia molto difficile attuare davvero una didattica per competenze e che per farlo bisogna lavorare in sinergia almeno con i colleghi del consiglio di classe, chi crede che sia necessario cambiare completamente la propria metodologia didattica nel condurre le lezioni quotidiane...

Inoltre, ci sono delle questioni mi pare ancora irrisolte (gli stessi esperti glissano su questi aspetti): in primis la valutazione per competenze che cozza con le vecchie valutazioni per obiettivi di apprendimento e che comunque ancora ci vengono richieste; poi anche lo scopo ultimo di un lavoro per competenze, che nelle menti degli ideatori sembra di tipo prettamente materialistico (basti pensare a Lisbona 2000 dove il miglioramento dei sistemi di istruzione viene legato strettamente al miglioramento dell'economia e dell'occupabilità), anche se poi le nostre Indicazioni Nazionali 2012 nella parte introduttiva cercano di mascherare tale materialismo di fondo con concetti che mettono tutti d'accordo come "centralità dell'alunno", "attenzione alla crescita personale e globale di ciascuno" etc.

Qual è la mia posizione?
Io insegno in una scuola secondaria di I grado, perciò a maggior ragione del legame della mia didattica col mondo del lavoro non mi importa assolutamente nulla. Altrimenti cadiamo nel deleterio ordine di idee in cui si debba insegnare solo ciò che è concretamente utile. Quindi addio al Latino (ahimè!), all'Arte, alla Letteratura e a tutto quello "che non serve a niente". Modo di pensare assai sciagurato, a mio parere. Ai miei alunni voglio insegnare non solo e non tanto il senso dell'utile, ma soprattutto il senso del bello e dell'onesto.
Rubo le riflessioni di un mio caro vecchio collega di musica di formazione steineriana da cui ho imparato molto: la scuola del I ciclo non può pensare solo alla testa degli alunni, ma deve formare anima e corpo. Solo così assicureremo una crescita armoniosa ai nostri bimbi e ragazzi.
Le scuole superiori potranno forse essere più orientate al mondo del lavoro, ma alle medie proprio il problema non si pone.

Detto questo, trovo che nella pratica una didattica per competenze, così come l'ho intesa io, possa dare dei buoni spunti per rendere più efficace l'apprendimento degli alunni. Infatti, ci spinge innanzitutto a riflettere un po' di più su quello che stiamo facendo, uscendo un po' dai vecchi schemi mentali riguardanti il modo di fare scuola che discendono ancora dal modo in cui abbiamo noi stessi visto e vissuto la scuola da scolari. Poi è innegabile che davvero c'è una bella differenza tra chi impara da bravo esecutore gli appuntini del prof e le paginette del libro e tra chi sa andare oltre utilizzando quanto appreso per formulare domande e nuove ipotesi...
Sia chiaro: anche saper studiare è una competenza, e la scuola ci ha sempre lavorato. Però il voto è spesso limitato alla mera ripetizione delle nozioncine imparate. Lo sappiamo tutti che esistono i bravi studenti che si impegnano e studiano e sono bravissimi nel ripetere la lezioncina, però poi non brillano particolarmente come altri che hanno quel qualcosa in più (e che di solito a scuola si annoiano perché non stimolati).
Poi c'è il capitolo socializzazione, che per me è fondamentale e che va a nozze con la didattica per competenze.
Non ho invece ancora trovato una soluzione personale decente al modo di condurre nel concreto la didattica per competenze (Come? Con chi? Quante volte in un anno?) e per me il nodo più grande da sciogliere resta la valutazione. In questo, credo che una grossa responsabilità ce l'abbiano le scelte governative. La scuola così come oggi è strutturata (una scuola che ha la stessa struttura di ieri e dell'altro ieri) rende molto difficile l'attuazione di una didattica di questo tipo.
E poi bisognerebbe parlare di come viene messa in atto la normativa nei singoli istituti: spesso si liquida la faccenda "competenze" come l'ennesima carta burocratica da sbrigare e presto archiviare per continuare a ripercorrere la solita vecchia strada.
Dedicherò un post (anzi, mi sa anche di più di uno!) alle ultime riflessioni. Mi pare, per il momento, di aver scritto abbastanza! Ce n'è di carne al fuoco!




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